Barezzi Festival 4/5/6 Novembre 2021

Alla fine, deposta anche l’ultima chitarra dopo l’ultimo concerto, tutto è apparso lampante: “Mondi lontanissimi”, il titolo dato alla rassegna parmigiana edizione 2021, non voleva e doveva essere unicamente un omaggio a Franco Battiato, seppur sentito, doveroso e ampiamente condiviso.

Doveva e voleva essere qualcosa di più, come una scommessa ad esempio.

La scommessa di far convivere anime, forme e culture musicali ampiamente distanti tra loro sotto lo stesso tetto, quello del tempio della lirica per antonomasia, il teatro Regio, “sconsacrato” per qualche ora perché troppo ghiotta si era fatta l’occasione di assestare una ripartenza coi fiocchi, come poi effettivamente è stato.

Così, al netto di un programma ricco di appuntamenti “collaterali” dedicati appunto alla memoria artistica di Battiato, e conclusi in presenza di Filippo Destrieri, un personaggio immancabilmente naïf ma che ha fatto la sua degna parte col Maestro per quasi vent’anni, l’incantesimo vero e proprio lo si tornato a vivere per gli spettacoli serali sul palco “grosso”, laddove una magia dimenticata è tornata finalmente ad esprimersi liberamente.

In ordine di apparizione, la prima a calcare il palco del Regio è la Carmen Consoli rediviva cantantessa, ammodernata e pluri sfaccettata in funzione di uno spettacolo che nella prima parte la vede impegnata alla chitarra acustica (accompagnata da Massimo Roccaforte alla chitarra elettrica) nella riproposizione integrale di “Volevo fare la rockstar”.

Poi esce Roccaforte e subentra Marina Rei alla batteria e infine tutti e tre insieme per il gran finale con i pezzi più conosciuti e l’omaggio personale a Battiato.

Applausi. Il giorno seguente è il turno di Jacopo Incani, in quello che lui stesso aveva annunciato come l’ultimo concerto di IOSONOUNCANE nella formazione a tre (Amedeo Perri e Bruno Germano i sodali “macchinisti”), quantomeno in Italia. L’esecuzione live di “Ira” si palesa ancor più lacerante rispetto alla trance domestica dell’ascolto privato, eppur assai convincente di sintesi compiuta del talento del musicista sardo.

Applausi scroscianti ma a far venire giù il teatro come si deve però, ci pensano i Fontaines D.C. la sera dopo. Come da precetto le rose al pubblico al loro ingresso e come da predecessori illustri, chi più ne ha più ne metta, è la faccia da schiaffi e l’anfetaminica gestualità del carismatico Grian Chatten.

Con l’argento vivo addosso per tutti i settanta minuti del concerto, si carica idealmente i Fontaines sulla schiena e li porta a spasso per il teatro, anfratti compresi, per trafiggere uno a uno il cuore degli astanti.

La bandiera irlandese che fa capolino dall’alto ci affratella anema e core in un corpo solo, empatico e festante, che deflagra definitivamente sulle note di Boys In The Better Land, quando ormai siamo in vista del traguardo e l’esaltazione inizia a cedere all’avvento dei sospiri. Pazienza, ma che sia stato un gran concerto (in un gran “Barezzi”) tanto basta a stare bene almeno per un po’.  Andrea Amadasi